Sullo Spinoza di Bayle

Gianluca Mori © 1988

Printed version in Giornale critico della filosofia italiana, 1988, pp. 348-367.

Sotto la penna di Bayle, o comunque tra le righe dei suoi scritti, non è raro intravedere una sorta di autogiustificazione, qualcosa come una mossa preventiva a schivare le invettive degli avversari, che egli immaginava - a buon diritto - sempre pronti all'attacco e col dente avvelenato: non ho inventato niente di mio, sembra dire l'autore del Dizionario, mi limito a raccogliere, ad annotare, a scovare i luoghi più audaci e problematici di filosofi e teologi presenti e passati, così da metterli vicendevolmente in contrasto. Ed ecco, sugli argomenti più scabrosi, venir in aiuto le autorità più impensate ed insospettabili: in bocca a Jurieu, Bayle ritrova quelle che diventeranno le espressioni più tipiche della sua anti-teodicea; in alcuni padri della Chiesa (oltre che in una folla di altri autori, tra cui Malebranche), un sostegno per la tesi scandalosa dell'ateismo meno dannoso dell'idolatria. Ma di esempi se ne potrebbero trovare in gran copia, quasi ad individuare un procedimento retorico tipizzante di un autore che, sostanzialmente, ha sempre lavorato sul materiale messo a punto da altri. Scarsa attitudine all'astrazione metafisica ed alla riflessione in proprio, si dirà, oppure sfiducia nelle capacità umane di giungere ad un sistema filosofico unitario e coerente.

Non si andrebbe quindi molto lontano dal vero, affermando che il Dizionario, in larga parte, è opera di compilazione, non diversamente da molti altri testi bayliani. Del resto, l'autore stesso lo aveva preannunciato nel Projet del 1692[1], e i volumi usciti cinque anni dopo non smentiscono, almeno in questo, il piano iniziale (ma si trattava di una anticipazione assolutamente ovvia, dato il genere letterario in cui l'opera si iscriveva). Che tuttavia sia impossibile ridurlo a mera dossografia, il Dizionario stesso, è tanto evidente che è appena il caso di ricordarlo: Bayle, sì, eccelle nell'arte nella citazione, nell'esercizio della quale pretende di seguire delle regole rigorose, trascrivendo i testi nelle lingue originali (ove possibile) e riportando molto spesso l'esatta indicazione del luogo cui si riferisce, ma ha in mente un obiettivo che è tutto suo. E lo scopo di questo gioco alla somma di opinioni, di questo intarsio laborioso e spesso non immediatamente percepibile, viene dichiarato più volte, e non senza enfasi, negli articoli filosofici: abbassare la ragione ed innalzare la fede. Pur se a queste dichiarazioni, come è ben noto, non credettero in molti, all'epoca; anzi, sul negare ogni veridicità al fideismo bayliano si trovarono d'accordo, per una volta, i campioni dell'ortodossia ed i liberi pensatori che dal Dizionario avevano tratto le loro armi più taglienti. Comunque sia, di Bayle non ci si può fidare sempre, neanche dal punto di vista dei rimandi testuali: se egli è tutt'altro che parco, in genere, nell'indicare le sue fonti, tuttavia non lo fa ogni volta, specie laddove non vi siano soverchi pericoli d'essere accusato di miscredenza, e potrebbe esser questo il caso dell'articolo dedicato a Spinoza (come di altri luoghi concernenti il filosofo dell'Etica). Non è forse solo erudizione, allora, tentare di ricostruire la trama sotterranea di rimandi che Bayle, più o meno consapevolmente, ha finito per non render nota al lettore, nell'affrontare lo 'scandalo' dello spinozismo.

 

1) Un testo, lo Spinoza bayliano[2], di cui è perfino superfluo sottolineare l'importanza storica, visto che si tratta di un punto di riferimento costante - lo si nota anche solo scorrendo la classica tesi del Vernière - per le successive discussioni sullo spinozismo, perlomeno fino a Kant[3]. Tuttavia, più che un punto d'inizio, quest'articolo non è, per la parte più propriamente filosofica, che il riassunto e l'amplificazione delle confutazioni precedenti; soprattutto, lo si vedrà, quelle di Aubert de Versé e di Poiret. Anche se Bayle le giudicò senza troppa benevolenza, queste stesse confutazioni, e fin dal loro apparire: da redattore delle «Nouvelles» strapazzò l'operetta del Versé (pur riconoscendo la forza delle obiezioni in essa contenute) e concesse solo una breve nota non priva d'ironia al libro di Poiret; un altra confutazione, quella di Jaquelot, apparsa poco prima del Dizionario, non mancò di attirarsi le sue critiche, sia pur private[4]. Eppure, a leggere molti passi di Bayle sullo spinozismo, ci si rende ben presto conto che egli non ha fatto molto più che rimaneggiare le obiezioni correnti, senza aggiungere granché di suo.

Basti, qui, una semplice rassegna delle principali contestazioni mosse alla filosofia dell'Etica. Si prenda, in primo luogo, la critica di quella proposizione V della I Parte che è l'unica (oltre alle prop. XIV-XV citate en passant poco prima) che Bayle affronti a viso aperto, nell'articolo intitolato a Spinoza, confrontandosi col testo originale («...je me suis arrêté à une seule proposition», dirà poi nella Rem.DD). Tale critica, di fatto, si basa su di un inquadramento (del tutto estrinseco rispetto ai testi, ma non è questo ciò che ci interessa qui, naturalmente) della metafisica spinoziana all'interno della griglia logica dei predicabili di Porfirio: l'attributo diventa allora la specie, che esprime, sì, l'essenza di un ente, ma che, come tale, non è che un concetto generale ottenuto per astrazione dai vari individui particolari realmente esistenti. Palesemente assurda, di conseguenza, una volta che ci si sia messi in questo ordine di idee, la negazione spinoziana della sussistenza di più sostanze aventi lo stesso attributo (secondo il testo, appunto, della prop.V). Come se, sostiene Bayle, non si potessero dare più individui distinti appartenenti tutti alla specie umana (e quindi «simili» tra loro, ma non identificabili se non ciascuno con se stesso, per identità numerica):

 

Sa V proposition contient ces paroles: in rerum natura non possunt dari duae aut plures substantiae ejusdem naturae seu attributi; voilà son Achille, c'est la base la plus ferme de son bâtiment; mais en même tems c'est un si petit sophisme qu'il n'y a point d'écolier qui s'y laissât prendre, après avoir étudié ce qu'on nomme parva logicalia, ou les cinq voix de Porphyre. Tous ceux qui régentent la philosophie de l'École aprenent d'abord à leurs auditeurs ce que c'est que genre, qu'espèce, qu'individu. Il ne faut que cette leçon pour arrêter tout d'un coup la machine de Spinoza. Il ne faut qu'un petit distinguo conçu en ces termes: non possunt dari plures substantiae ejusdem numero naturae sive attributi, concedo; non possunt dari plures substantiae ejusdem specie naturae sive attributi, nego. Que pourroit dire Spinoza contre cette distinction? Ne faut-il pas qu'il l'admette par raport aux modalitez? L'homme, selon lui, n'est-il pas une espèce de modification, et Socrate n'est-il pas un individu de cette espèce? (Spinoza, P)

 

Argomento, questo, che i primi critici dello spinozismo avevano ripetuto in coro, ed all'unisono; il fatto, poi, che tra queste voci si possa ritrovare anche quella del giovane Bayle delle Theses (pubblicate nel 1684, all'interno del Recueil de quelques pièces curieuses..., cfr. OD IV,134) non rende certo tale obiezione più caratteristica del suo pensiero. Basti ricordare che già ad Oldenburg - che non era certo metafisico di professione - era subito venuto in mente qualcosa di analogo per rifiutare l'unicità della sostanza spinoziana («...duos homines esse duas substantias, et ejusdem attributi, cum et unus et alter ratione valeat», Epistola III). D'altra parte, come mostrano gli stessi riferimenti bayliani alle dispute sugli universali, si tratta di argomentazioni prefabbricate, quasi canoniche, impiegate comunemente nella polemica contro gli scotisti[5]. Si vedano, comunque, i testi seguenti, di cui si noterà la vicinanza con quello del Dizionario (il distinguo scolastico di cui si serve Bayle, tra l'altro, riprende nella lettera la formulazione di Poiret e Wittich):

 

Ce qu'il [sc.Spinoza] dit... n'est qu'une subtilité de logicien, par laquelle on conçoit l'être et la substance même comme quelque chose de commun à Dieu et à la créature dans l'idée abstraite et la notion précise de l'être et de la substance que l'esprit se forme, ce qui ne fait rien à la chose même et n'importe jamais que ces deux êtres ne soyent pas essentiellement différens et distincts les uns les autres, par leurs autres attributs et leurs qualitez propres, tout de même que je conçoi fort bien par une idée abstraite la raison comme un attribut général, que j'apperçoi également en Pierre et Jacques... sans que pour cela ma notion et mon idée confondent réellement Pierre avec Jacques.... (N.Aubert de Versé, L'impie coinvaincu ou Dissertation contre Spinosa..., Amsterdam 1684, p.9s., cfr. anche pp.6 e 260).

Ut autem figmenta ejusmodi dissipentur, non est molis atque operae usque adeo magnae.[...] Deus siquidem Spinozianus nil aliud revera sit quam Porphyrii Tabula sive Arbor predicabilium [...]. Nam quem cogitandi modum Porphyrius genus summum appellat, id Spinozae est Deus [...]. Deinde, quod genera subalterna, vel species remotas vocat Porphyrius, id Spinoza attributa Dei sui vocitat [...]. Ad tyrocinium logicum et metaphysicum remittendus esset Euclides noster ethicus, ut fundamenta distinctionum prius disceret quam demonstrare praetenderet [...]. Substantiae vero particulares cogitantes, haec, illa mens, Petri, Pauli, sunt substantiae distinctae realiter, vel, si vis, substantialiter, substantia numerica et individuali, non vero ideali et specifica, quatenus substantiae vox generaliorem conceptum atque ideam dicit. Sunt ergo illae, substantiae duae numericae ejusdem attributi specifici, vel ejusdem ideae generalioris[...]. Itaque duae sunt substantiae [...] (P.Poiret, Cogitationum Rationalium de Deo, anima et malo..., Amstelodami 1685, 2a ed. - d'ora in poi CR - l.II, cap.iv, nota 5, p.112ss.; cfr., nella confut. vera e propria, in calce al vol., l'examen della prop.V, p.770).

Propositio V. In rerum natura non possunt dari duae aut plures substantiae ejusdem naturae sive attributi. Falsa est propositio si intelligatur illa eadem natura sive attributum de identitate specifica, non vero de identitate numerica. [...] Ad quae [gli argom. di Spinoza] respondeo duas substantias posse distingui ex diversitate attributorum individualium, quae possunt considerari tanquam affectiones sive modi substantiae prout generatim concipitur. Ita mentes distinguuntur Petri et Pauli. (C.Wittich, Anti-Spinoza, Amstelodami 1690, p.44).

 

A cui va aggiunto un passo del Certamen philosophicum di Orobio de Castro, altro testo antispinoziano apparso nel 1684, dove si rileva la «turpis aequivocatio» compiuta dall'autore dell'Etica, che confonde la diversità, (cioè la non appartenenza alla medesima specie) con la distinzione (che indica l'esistenza indipendente di due individui). E, proprio come dirà Bayle, opponendo, dal canto suo, la somiglianza all'identità, «hic est Achilles dogmatis Spinozae»...[6]

 

Non diversamente accade per le critiche contenute nella Remarque N, anch'esse tutt'altro che prive di antecedenti; a partire da quella, di colore cartesiano, basata sulla necessaria condizione di divisibilità dell'estensione, tale da rendere impossibile la riduzione dell'universo ad una sostanza unica:

 

Il est impossible que l'univers soit une substance unique, car tout ce qui est étendu a nécessairement des parties, et tout ce qui a des parties est composé; et comme les parties de l'étendue ne subsistent point l'une dans l'autre, il faut nécessairement, ou que l'étendue en général ne soit pas une substance, ou que chaque partie de l'étendue soit une substance particulière, et distincte de toutes les autres.[...] Qu'on ne vienne point nous alléguer des reproches contre l'imagination et les préjugez des sens; car les notions les plus intellectuelles, et les plus immatérielles, nous font voir avec la dernière évidence qu'il y a une distinction très réelle entre des choses dont l'une possède une qualité que l'autre ne possède pas.[...] Vous serez surpris qu'il ait travaillé tant d'années à forger un nouveau système, puisque l'une des principales colonnes en devoit être la prétendue différence entre le mot partie et le mot modification. A-t-il bien pu se promettre quelque avantage de ce changement de mot? Qu'il évite tant qu'il voudra le nom de partie; qu'il substitue tant qu'il voudra celui de modalité, ou de modification; que fait cela à l'affaire? Les idées que l'on attache au mot partie s'effaceront-elles? Ne les apliquera-t-on pas au mot modification? (Spinoza, N,i; cfr.OD III, 329b)

 

La medesima scansione concettuale (evidenza della divisione attuale, rifiuto del riferimento all'immaginazione per neutralizzarla, interpretazione della nozione spinoziana di 'modo' come mero escamotage verbale), in questo brano delle Cogitationes Rationales, in cui il testo spinoziano (qui lo Scolio della Prop.XV e il Corollario della Prop.XXV della I Parte dell'Etica) è anche assai più presente, rispetto a Bayle:

 

Denique, quia lumine naturali omnes propensi sunt ad dividendam materiam, tum quia omnes sciunt extensionem generalem particularibus constare, quarum unaequaeque in suo genere finitae et ab aliis terminatae sunt, dixit [Spinoza] extensionem in imaginatione consideratam divisibilem quidem esse, at non item consideratam in intellectu et ut substantiam; quod falsum est: nam extensio in intellectu dicit partes extra partes, quarum una aliam non complectitur, et substantia extensa idem exprimit.[...] Finxit [sc.Spinoza] praeterea miras extensionum sive rerum extensarum definitiones, ne substantias extensas finitas et per consequens extensionem a Deo removendam concederet; nempe, res particulares extensas vocat modos, et quidem modos attributorum Dei et substantiae divinae. Et quia modi sunt, ergo non distinguuntur substantialiter. Sic solet Spinoza, modi, et aliorum verborum significationes invertere, ut ne phantasmata sua corruant.(CR I,v,n.2,33b-34a; cfr.II,iv,n.5,111a)[7]

 

Contro Spinoza si faceva però valere, nella stessa Remarque, anche un principio di individuazione più tradizionale (e formulato in maniera assai generica), basato sulla semplice differenza di luogo o di tempo, tralasciando qui, per un momento, la definizione cartesiana dell'estensione (su cui, come è noto, Spinoza si basava e cui Bayle stesso aveva dato più volte il suo assenso) e quindi eludendone le difficoltà:

 

Les scolastiques ont parfaitement bien réussi à nous marquer les caractères et les signes infaillibles de la distinction. Quand on peut affirmer d'une chose, nous disent-ils, ce qu'on ne peut pas affirmer de l'autre, elles sont distinctes; les choses qui peuvent être séparées les unes des autres, ou à l'égard du tems, ou à l'égard du lieu, sont distinctes. [...] [Les spinozistes] prétendent, qu'afin que la matière fût divisée, il faudroit que l'une de ses portions fût séparée des autres par des espaces vuides, ce qui n'arrive jamais. Il est bien certain que c'est tres mal définir la division. Nous sommes aussi réellement séparez de nos amis, lors que l'intervalle qui nous sépare est occupé par d'autres hommes rangez de file, que s'il étoit plein de terre. (Spinoza, N, i, ii; cfr.OD I,357)

 

Si sa, d'altronde, che Bayle affronterà ben più seriamente i dilemmi attorno alla divisione della materia nell'articolo Zénon d'Elée, pervenendo, come di consueto, all'antinomia. Sul punto in questione: se l'ipotesi cartesiana sulla materia è chiara e razionalmente fondata, tuttavia non è certo essa l'arma migliore contro lo spinozismo, per abbattere il quale sarebbe molto meglio supporre il vuoto, piuttosto che un «tout continu». Ma la dottrina dei vacuisti revoca in dubbio le nostre conoscenze più certe, fino a condurci al pirronismo...[8] Quanto all'obiezione a Spinoza sopra citata, ci aveva già pensato Aubert de Versé, naturalmente; tuttavia, per chi, come lui, non avesse la minima simpatia per il cartesianismo ed anzi si accingesse a confutare - e proprio sul punto della definizione della res extensa - la dottrina di Descartes, risultava del tutto banale chiedersi:

 

Mais pourquoi seront-elles [deux substances] seulement distinguées par la diversité de leurs attributs ou de leurs modifications? Ne peuvent-elles pas l'être sans cela? Parce que, quoiqu'elles soient de même nature et de même attribut, elles sont néanmoins séparées de lieu, l'une d'avec l'autre... (L'impie..., p.6).[9]

 

Ancora: dalla divisione della materia, Bayle derivava, all'interno della sua interpretazione dello spinozismo, la divinizzazione delle singole parti di essa, a meno di non voler intendere con la sostanza unica solo un concetto universale privo di realtà fuori dalla mente dell'uomo. Questa la conclusione, più volte ripresa nella stessa opera, del paragrafo 26 della Continuation des pensées diverses sur la comète:

 

[Spinoza] soutient qu'il n'admet qu'une substance et il la nomme Dieu; il semble donc n'admettre qu'un Dieu, mais dans le fond il en admet une infinité sans le savoir. Jamais on ne comprendra que l'unité de substance à quoi Spinoza reduit l'univers soit autre chose que l'unité collective dont j'ai parlé, ou que l'unité formelle des logiciens qui ne subsiste qu'idéalement dans notre esprit[...] (OD III,226a; nella pag. prec., sul Dio dei pagani: «voila donc autant de Dieux que de parties dans l'univers»; inoltre, v. pp. 286b,290b,374b-375a,392a,724).

 

Pressoché letterale, qui, la corrispondenza con la posizione di Poiret, che su questa pretesa antinomia dello spinozismo batte incessantemente:

 

Ergo Deus spinozianus unicus est; at tamen, ex consequentiis necessariis et ex rei veritate cum hypothesibus Spinozae considerata, is, vel reluctans, polytheismi quoque reus est [...]; tot sunt Dei spinoziani quot sunt res in natura [...].

Voci illi [Deus] nihil aliud intelligendum substituit [Spinoza] quam modo chimeras universalium logicorum, modo compagem rerum finitarum, tam extensarum vel corporearum [...].(CR, III,viii,n.1,p.216s.; Discursus Praeliminaris [[section]]98, p.53)

 

L'argomento, nel frattempo, era stato utilizzato anche da Régis e Locke, seppure contro Malebranche[10]. Il quale ultimo, affrontando tangenzialmente lo spinozismo nell'ottavo e nono degli Entretiens, intendeva imporre la sua concezione di Dio come «Étre sans restriction» proprio in alternativa a chi vedesse nell' 'essere' solo una mera finzione della mente, oppure l' «assemblage de tout ce qui est» (Oeuvr.Compl., cit., vol.XII, pp.186,199). Anche in questo caso, tuttavia, si è di fronte ad un giro di pensiero tutt'altro che nuovo, anzi fatto proprio già dagli interlocutori diretti di Spinoza: nella citata lettera di Oldenburg, per esempio, ci si chiedeva come la sostanza spinoziana potesse essere diversa da un ente di ragione creato per mera astrazione, «ex mentali congerie omnium perfectionum», alludendo poi ad una sorta di politeismo come sbocco possibile delle definizioni imposte nell'Etica.[11]

Vi è, comunque, un motivo forse non superficialmente evidente di questo convergere di testi: molte delle obiezioni contro lo spinozismo, quali si ritrovano in Bayle e negli altri confutatori di fine Seicento, erano già lì, pronte all'uso, dopo secoli di discussioni sul naturalismo pagano e sull'anima del mondo. Si prenda, in primo luogo, l'antinomia nella concezione di Dio come sostanza unica, consistente nell'irriducibile alternativa tra un Dio che sia un mero ente di ragione e un Dio costituito dal solo aggregato delle varie parti di materia, divinizzate. Questo argomento, sostenuto da una posizione di tipo nominalistico sugli universali, è presente, per esempio, in un luogo dei libri De origine erroris di A.Heidanus, comparsi nel 1678. Ma non nel contesto di una presa di posizione sull'Etica da poco pubblicata, bensì laddove il teologo leidense protesta, secondo copione, appunto contro la tesi dell'anima mundi, seguendo da presso il solco delle dispute medievali sullo spirito universale, l'averroismo, ecc. Prim'ancora, un'obiezione analoga, per confutare coloro «qui Naturam esse Deum putaverunt» (e che questa fosse la tesi di Spinoza lo avevano decretato già i primi confutatori del Trattato teologico-politico), la si trova in quel monumento dell'erudizione seicentesca che è il De origine et progressu idolatriae di G.J.Vossius, più volte citato da Bayle, e proprio su questo punto, nel corso del dibattito sull'unità di Dio condotto nella Continuation.[12]

E c'è un altro rilievo critico ad esser recuperato dalla dispute tradizionali della teologia: quello fondato sulle contraddizioni, o sulle assurdità, che si inserirebbero in Dio a seguire dottrine come quella attribuita a Spinoza. Anzi, si tratta certamente del fulcro della critica bayliana, è il motivo che viene ripreso di continuo nel corso dell'articolo, con la consueta varietà di toni: ora il sarcasmo («on dit ordinairement quot capita, tot sensus... mais selon Spinoza tous les sentimens de tous les hommes sont dans une seule tête»); ora la fredda dialettica della Scuola («c'est donc Dieu qui en même tems forme l'acte de vouloir et qui ne le forme pas à l'égard d'un même objet. On vérifie donc de lui deux termes contradictoires»); ora l'astio e lo scandalo morale («voici un philosophe qui trouve bon que Dieu soit lui-même et l'agent et le patient de tous les crimes et de toutes les misères de l'homme»)[13]. Ma a voler trovare antecedenti di questa argomentazione non si fa davvero fatica, e si può risalire assai indietro, nella tradizione cristiana, fino a S.Agostino (contro i sostenitori dell'anima mundi, naturalmente); oppure, se ci si voglia limitare a fonti più vicine e certo ben conosciute da Bayle, ad un apologeta come Abbadie: se Dio fosse l'anima del mondo sarebbe un «être malheureux» che soffre e si diverte nello stesso tempo, maltrattato nella bestia e soggetto dei piaceri di un uomo sprofondato nella voluttà...[14] La stessa accusa, rivolta adesso allo spinozismo, tornerà in Malebranche (nel luogo degli Entretiens già rammentato), ma prim'ancora capita di rinvenirla in Cuperus, nonché, già polemicamente accesa, nei soliti Aubert de Versé e Poiret:

 

Cum vero quaedam proprietates et qualitates in quibusdam entibus nunquam locum habere possint, necessario sequitur universum non esse unam substantiam. Quia diversa continet entia, ex diversis et contrariis proprietatibus constantia, atque ex talibus quae aliis entibus non possunt communicari. (F.Cuperus, Arcana atheismi revelata, Roterodami 1676, p.213)

 

Il y a bien plus, car il y a encore en cela une manifeste et palpable contradiction. Car si tout ce qui peut marquer quelque être [...] se doit attribuer à Dieu, n'est-il pas plus clair que le jour que le Dieu de Spinoza doit avoir en même temps et sentir dans soy-même tous le degrés possibles de douleur et de tristesse et par conséquent de degrés infinis en nombre et en excés de plaisir et de joye. Ce qui implique si évidemment, qu'on peut rien voir de plus contradictoire... (L'impie..., cit., p.49)

 

Ergo Deus Spinozae qua cogitans et qua extensus non est simplex, sed compositus ex realitatibus realiter diversis. Atque hoc magis patebit si miser ille Deus spectetur qua modificatus in infinitis rebus particularibus realiter diversissimis, contrariis, oppositis, quarum tamen unaquaeque... est essentia ipsa Dei, modis particularibus affecta [...]. Hinc in omnibus propositionibus et effatis omnium operum spinozianorum, nulla designari potest propositio cujus contradictoria, ex principiis Spinozae, non sit vera[...] (CR III,xviii,n.1,449a; III,xx,n.4,482; v. anche I,i,n.1,8a).

 

D'altra parte, lo schiacciamento dello spinozismo su dottrine come quella dell'anima del mondo data sicuramente a ben prima del Dizionario: lo aveva già proposto Stoppa, nel suo libello del 1673 destinato alla celebrità (anche grazie all'articolo di Bayle); in seguito, lo si ripeté in forma più o meno allusiva, magari limitandosi ad indirizzare a Spinoza esattamente quelle obiezioni attraverso cui venivano confutate tali dottrine. Dopo Bayle, come si sa, sarà Leibniz a tornarvi, e poi un tale accostamento diventerà un topos delle discussioni su Spinoza nel Settecento (cfr.J.S.Spink, Libertinage et spinozisme: la théorie de l'âme du monde, «French studies», 1947).

 

Si dirà, naturalmente, che nell'articolo Spinoza vi è tutta una serie di altre obiezioni particolari. Tuttavia, anche alcune di queste non è raro d'incontrarle già nei primi libelli antispinoziani. Come esempio, si consideri la questione della negazione degli spiriti e dei folletti, che risulterebbe, a detta di Bayle, impossibile nel quadro teorico dello spinozismo (obiezione che avrà un suo successo, nel Settecento, cfr. P.Rétat, Le Dictionnaire de Bayle..., Paris 1971, p.391n.):

 

[Spinoza] doit reconoître que tout pense dans la nature et que l'homme n'est point la plus éclairée et la plus intelligente modification de l'univers... Il n'y a point de philosophe qui ait moins de droit de nier l'aparition des esprits... (Spinoza, in corp. e Q; cfr. Caïnites, D; Dicéarque, C)

 

Non è altro, in realtà, che un ulteriore 'prestito' dall'Impie coinvaincu, dove Aubert de Versé tirava tale conclusione sulla base di presupposti analoghi (solo nella libera scelta divina si può trovare un motivo che ci porti ad escludere l'esistenza di tali esseri); né questi mancava di notare la possibilità, per la dottrina di Spinoza, di trasformarsi in una sorta di panpsichismo[15]:

 

[per Spinoza] il n'y a rien dans la nature, non pas un grain de sable, un cheveu, un atome, qui ne soit non seulement quelque étendue mais aussi quelque pensée. [...] C'est à tort que cet impie rejette l'existence des esprits, des démons, ecc. Quand je parle d'esprits, j'entens parler de véritables substances, qui ont une véritable étendue, mais laquelle nous est inconnue, insensible et imperceptible... (L'impie..., cit., pp. 1,66s.)

 

E si potrebbe andare avanti, magari notando come già Poiret intendesse ritorcere contro Spinoza la sua negazione della Trinità (CR I,vii,n.1,p.64s.), o che la stessa verve ironica di Bayle non è esente da ispirazioni esterne, se è vero che la celebre battuta su Dio modificato in turco che uccide Dio modificato in tedesco sembra proprio essere il calco di un'analoga boutade di Arnauld contro l'estensione intelligibile di Malebranche (nella Défense... contre la réponse au livre des vrayes et fausses idées, Cologne 1684, p.74).

 

 

2) Si tratta, allora, di isolare quel che vi è di specificamente bayliano in questi testi, aldilà di ciò che si sarebbe potuto trovare qua o là, nelle pagine di qualche confutatore, sia pur senza mai trovarvi la brillantezza e l'agilità dello stile di Bayle. Cosa c'è di più, e di diverso, in un tale ammasso di quelli che già erano dei triti luoghi comuni sullo spinozismo, e che perlopiù consistevano, come si è visto, in meri riadattamenti di argomentazioni ideate contro filosofie precedenti? Di certo, vi è quell'erudizione storica che consente all'autore del Dizionario i ben noti - quanto, naturalmente, discutibili - avvicinamenti dello spinozismo alle più diverse dottrine d'ogni epoca e luogo (oltre ad altre questioni particolari, in genere ereditate dalla filosofia antica[16]). Non è tutto, però, anche a non voler sottolineare troppo il fatto che un confronto con le confutazioni precedenti permette, per converso, di porre in rilievo, quasi ex silentio, ciò che Bayle si è ben guardato di riprendere dagli altri avversari di Spinoza. Esempio principe: le obiezioni sul determinismo e sulla negazione della libertà; ma come avrebbe potuto, se lui stesso sostiene più volte una dottrina del libero arbitrio che corre parallela a quella spinoziana?[17]

Si torni un attimo, comunque, al corpo dell'articolo, che come spesso accade nel Dizionario, lungi dal costituire un testo autonomo, assomiglia più ad un indice delle materie appena più diffuso del normale, constando di una serie di periodi non legati da forti connessioni logiche, il cui unico scopo sembra quello di introdurre le lunghe note. Si vada, allora, al punto dove si inizia la parte dedicata al sistema dell'Etica, «la plus monstrueuse hypothèse...» ecc. Qui Bayle inserisce la Remarque N, quella in cui si trovano le obiezioni al concetto di sostanza unica e che, come si è avuto modo di notare, riprende e rielabora, moltiplicando le esemplificazioni, critiche già proposte in altre confutazioni. Nel seguito del testo, una prima battuta, dall'apparenza innocua, che introduce un motivo che sarà sviluppato nella Remarque seguente: Spinoza è stato audace, ha cercato di risolvere delle difficoltà che possono dar del filo da torcere ad un filosofo, così gettandosi in quell'abisso di contraddizioni che si è detto. E subito dopo: è inutile lamentarsi con i confutatori perché, a loro volta, non riescono a risolvere tali difficoltà; l'importante è abbattere l'edificio spinoziano, come tutti sono riusciti a fare, anche i più deboli tra i suoi avversari. A questo punto, nella nota corrispondente (la Rem.P), Bayle rammenta finalmente quelle che, di fatto, erano state le sue stesse fonti, e che già conosciamo: Aubert de Versé, Poiret, Wittich, Velthuysen. Nel mezzo, si apre la Remarque O, la vera chiave dell'intero articolo. E' qui, infatti, che Bayle - non senza i consueti accorgimenti cautelativi - ha lasciato il filo che permette di uscire dal labirinto di questo testo, col porre la questione della genesi dello spinozismo. Quali, dunque, le difficoltà che Spinoza ha cercato di risolvere e che lo hanno portato dove lo hanno portato? Due, essenzialmente: il problema dell'origine del mondo e quello della teodicea[18]. E anche in questo caso il 'confutatore' Bayle segue da vicino le tracce dei suoi predecessori: sul primo punto, si rileverà infatti che il trilemma creazionismo, materia eterna, spinozismo, era stato messo a fuoco da Aubert de Versé, e fin dalle pagine iniziali della sua operetta polemica (p.2s.; cfr.Avertiss. [p.6ss.]), e questi aveva indicato nel sistema della materia eterna l'unico capace di sconfiggere il monismo spinoziano. Cosa fa, allora, Bayle, una volta messosi di fronte lo stesso ventaglio di ipotesi? Rifiuta, senza la minima attenuazione retorica, la possibilità della creazione, la tesi cristiana urtando contro un principio del tutto indiscutibile: ex nihilo nihil fit; e la rifiuta con parole che riecheggiano in maniera non indegna di nota quelle del Versé[19]. Ma la soluzione sociniana proposta da quest'ultimo viene liquidata in due parole, e, quanto a Spinoza, la Remarque precedente aveva già fatto piazza pulita del suo sistema. Questo, per quel che riguarda il primo «inconvénient» che spiega l'origine dello spinozismo. Per introdurre il secondo, Bayle fa entrare in campo nientemeno che i manichei (cui si era già alluso nella Rem.N); e non a caso, certamente:

 

Plusieurs grans philosophes, ne pouvant comprendre qu'il soit compatible avec l'Étre souverainement parfait de soufrir que l'homme soit si méchant et si malheureux, ont suposé deux principes, l'un bon et l'autre mauvais; et voici un philosophe qui trouve bon que Dieu soit lui-même et l'agent et le patient de toutes les misères de l'homme[...]

Spinoza croioit satisfaire par ce moien aux objections manichéennes contre l'unité de ce principe...: si ce principe unique est bon, d'où vient le mal? S'il est mauvais, d'où vient le bien? Spinoza répondroit: mon principe unique aiant la puissance de faire le mal et le bien, et faisant tout ce qu'il peut faire, il faut de toute nécessité qu'il y ait du bien et du mal dans l'univers. (Spinoza N,iv; O)

 

Né è superfluo notare, forse, che anche su questo punto specifico Bayle avrebbe potuto trovare una fonte: Poiret, stavolta. E' proprio nell'autore delle Cogitationes, infatti, che era comparso per la prima volta questo paragone di Spinoza col manicheismo, nella forma di uno stilema classico dell'apologia cristiana: meglio essere atei che bestemmiare Dio (rendendolo soggetto dei mali del mondo, come avviene in Spinoza).

 

Certe satius esset Deum negare aperte et simpliciter quam ejusmodi execrandum idolum pro Deo jactare, quo Manichaeismi impietas longe superatur; Manichaeis siquidem pudor, ne res malas Deo bono tribuerent, persuasit duos dari Deos, duove principia aeterna, alterum boni, alterum mali originem; Spinoza vero, longe impudentior, omnia quaecunque fiunt et sunt, fataliter ex Dei sui chimaerici essentia sequi, Deoque inesse tanquam modos in substantia [...]. (CR III,viii,n.1,218a; Introductio.,n.1,2b;)

 

E meglio anche esser manichei, piuttosto che seguaci di Spinoza, protestava dunque già Poiret; il quale, tra l'altro, proprio come farà Bayle, aveva proposto di individuare nel problema della conciliabilità tra libero arbitrio umano e onnipotenza divina uno dei luoghi di nascita dello spinozismo.[20] Eppure, anche qui, la differenza tra i due confutatori è palmare. Poiret introduce subito i principi destinati, nelle sue intenzioni, a sconfiggere insieme lo spinozismo e il manicheismo: la libertà d'indifferenza dell'uomo e di Dio, l'innocenza di quest'ultimo di fronte al male, ecc. Bayle procede diversamente, approfondendo innanzitutto il raffronto critico: Spinoza - inizia col dire - si è scontrato col problema del male, Spinoza ha dovuto riconoscere la forza delle obiezioni dei manichei; ma ha capito - si lascia intendere - su cosa esse poggiavano, qual era il punto debole della teologia ortodossa: gli attributi morali di Dio, la sua bontà, la sua libertà e capacità di scelta («Elles [le obiez. manichee] n'ont de force que dans la suposition qu'un principe unique de toutes choses agit par choix...»). Di fronte a tali obiezioni, egli ha tagliato di netto il problema, eliminandoli del tutto, quegli attributi; e certo, così, ai manichei si risponderà anche, come si risponderà all'obiezione tirata dall'inconciliabilità della libertà umana con la potenza di Dio. Ma si cade, appunto, nel baratro dello spinozismo.

Dove salta subito agli occhi, intanto, il parallelismo tra le due questioni que Bayle ha posto in questa Remarque: in entrambi i casi si ha una dottrina ortodossa sottoposta a difficoltà insormontabili (l'impossibilità della creazione dal nulla, la colpevolezza di Dio rispetto al male); contro di essa si erige un'eresia che s'industria di superare tali scogli con qualche inaccettabile modifica dogmatica (la materia eterna dei sociniani, i due principi dei manichei); infine arriva lo spinozismo che, obliterando tutte le distinzioni nel concetto di sostanza unica, pretende di spazzar via ogni difficoltà, risolvendole tutte d'un colpo, le aporie. Ma lo spinozismo è facile preda dell'avversario più sprovveduto. E qui si ferma il lato distruttivo dell'operazione bayliana: niente più resta in piedi, al punto in cui si è giunti; niente distingue, nella sconfitta, la tesi cristiana dalle altre. Bayle tenta allora di ricostruire qualcosa, ma a modo suo: accontentiamoci di confutare Spinoza, non siamo ingiusti e non pretendiamo la chiarezza totale su ogni punto. Pronta, c'è anche una conclusione edificante, tenuta in piedi alla bell'e meglio da un argomento di questa fatta: la soluzione cristiana è «préférable» a quella di Spinoza, è «moins opposée» al lume naturale; soprattutto, quasi pascalianamente, è la più consolante, ci promette un bene infinito dopo questa vita...

Ora, se Bayle non avesse scritto che questa Remarque, si potrebbe anche credergli. Ma nel Dizionario c'è dell'altro (anche a volersi limitare, per brevità, alla sola questione della teodicea), ed a questo 'altro' l'autore rinvia lui stesso (con una nota marginale, la n.100), segnalando a chi legge, sotto l'aria di un innocente rimando interno, i famigerati articoli 'manichei'. Nei quali si abbandona il clamore apologetico perlomeno sospetto di certi luoghi dello Spinoza, fino a scoprire che i vari sistemi cristiani, ortodossi o meno, non se la cavano affatto meglio dell'empio autore dell'Etica, sulla questione del male, incappando nelle medesime, irrimediabili aporie che avevano indotto costui a tentare una strada nuova. Ma c'è di più. A ben guardare, infatti, si scopre che i cristiani rischiano talvolta di ricadere anch'essi nell'obbrobrio dello spinozismo, e ciò vale sicuramente per i sistemi fondati su di un occasionalismo rigoroso, senza eccezioni, come quello insegnato da un Jurieu, così enfatico nell'assicurare che la propria dottrina «...fait entrer Dieu en toutes choses, le fait estre la cause de tout, le pose comme unique but de toutes ses actions»[21]. Anche su quest'ultimissimo problema, tuttavia, non si doveva far altro che riallacciarsi a quanto detto da Aubert de Versé, subito nell'Avertissement premesso all'Impie e poi, più diffusamente, all'interno del volume, laddove si rilevava come l'occasionalismo dei cartesiani - di Malebranche ma anche del suo avversario Arnauld dal momento che questi non sapeva rinunciare alla creazione continua - portasse diretto allo spinozismo; oppure, ci si poteva ricordare che Isaac Papin, tre anni dopo Versé, aveva lanciato la medesima accusa, già contro il 'rigido' Jurieu (Essais de théologie..., Francfort 1687, p.155s.). Con la differenza, risaputa quanto decisiva, che i due teologi 'rilassati' intendevano così ridurli al silenzio, gli occasionalisti, mentre Bayle, in cento luoghi, ne rivendicava apertamente e spavaldamente la posizione, tacciando di animismo i sostenitori dell'efficacia causale delle creature!

Ecco, dunque, che s'intende bene il senso recondito di quella 'debolezza' dei confutatori cui si allude nel corpo dell'articolo: deboli non a confutare Spinoza, ma ad erigere sulle rovine dello spinozismo una soluzione alternativa; debole Aubert de Versé col suo socinianismo d'assalto, debole Poiret col suo cartesianismo ormai tinto di mistica, debole Jaquelot che si affida al sentimento interiore della libertà; e deboli, infine, tutti gli altri, cartesiani ed occasionalisti in testa. Un tale epiteto sarebbe insomma incongruente - e quanto mai disonesto - se poi Bayle si limitasse a riportare pari pari le obiezioni selezionate qua e là; tutt'altro, egli le condisce col suo più tipico veleno. Tra quegli «ingiusti» lettori che chiedono di andare fino in fondo, pretendendo che vengano risolte le questioni che Spinoza si è trovato di fronte, va annoverato, e in prima linea, lo stesso Bayle. Ne fa fede, nel complesso, l'intera impresa filosofica del Dizionario e delle opere seguenti, che costituisce quasi un controcanto, rispetto a quest'esito della polemica antispinoziana; un controcanto altrettanto scettico e distruttivo (e certamente imponente dal punto di vista della mole) che si leva dagli articoli sul male come da quelli sulla creazione, dalla polemica stratonica della Continuation come dall'acerrima autoapologia della Réponse e dei postumi Entretiens. Come reagirà, infine, Bayle, nel caldo della polemica con Jaquelot, quando questi opporrà, alle stringenti argomentazioni manichee, delle massime di buon senso del tutto analoghe a quelle ostentate alla fine della Remarque O (di due inconvenienti è meglio evitare il peggiore, occorre difendere in primo luogo la gloria di Dio, ecc.)? Con stizza, addirittura: «si ces moiens étoient suffisans à vuider une question, il n'y auroit presque point de dogme absurde qui ne put passer pour bien soutenu. Quel cahos!». Al contrario, abbiamo bisogno di risposte evidenti, perché chiarissime e senza scampo sono le obiezioni sull'origine del male. Si sarebbe ingiusti, allora, ad accontentarsi di ipotesi solo possibili e «que nous ne comprenons pas».[22] L'esatto opposto, insomma, di quanto detto nell'articolo su Spinoza, e si capisce adesso quanto fosse eufemistico il parlare, nel corpo di quello stesso articolo, di mere difficoltà «...qui peuvent faire de la peine à un philosophe»; si tratta, invece (e già all'altezza del Dizionario), di vere e proprie antinomie!

Alla luce del complesso dell'opera di Bayle, non si può quindi prestar troppo ascolto a quell'appello all'incomprensibilità sotto cui egli, nella Remarque O, mette al riparo l'ipotesi 'ordinaria'. Si noti, infatti, che la distinzione qui proposta (altro è non comprendere la possibilità di qualcosa, altro comprendere che qualcosa è impossibile), è, nella sostanza, sovrapponibile a quella, corrente all'epoca, tra dottrine 'al di sopra' o 'contro' la ragione[23], e tale distinzione Bayle la rifiuterà sempre e instancabilmente, contro l'utilizzazione che ne facevano i vari Jaquelot, Leclerc, Bernard; tanto che Leibniz dedicherà tutta la parte finale del Discorso preliminare della Teodicea al tentativo di restaurarla, in qualche modo. Per Bayle, invece, non valevano le mezze misure: dire che «la raison ne comprend rien dans nos mystères» o dire che «elle leur oppose des notions évidentes» è proprio la stessa cosa, se si parli della ragione umana, cioè dell'unica che ci sia consentito di utilizzare.[24]

La conclusione della remarque O ha tutto l'aspetto, insomma, della ritrattazione libertina: negare in qualche riga tutto quello che s'era detto prima (all'inizio della stessa nota e in tanti altri luoghi del Dizionario), per tranquillizzare gli spiriti pii, appellandosi ad un generico scetticismo che poteva essere condiviso dal più ortodosso dei teologi: si tratta di materie oscure, meglio affidarsi alla fede, e così via[25].

 

3) E' accaduto, all'interpretazione bayliana di Spinoza, qualcosa di paradossale. Per un verso una sopravvalutazione, quasi che essa sia il frutto di una lunga meditazione sullo spinozismo fatta direttamente sui testi; ma Bayle resta Bayle anche di fronte all'Etica, non si scontra con un pensiero ostico, come avevano fatto altri prima di lui, e la sua resta una lettura di seconda mano[26] (si sa che talvolta gli bastava la sola recensione di un libro per redigerne una critica serratissima...). Per l'altro verso, invece, un lasciar in sott'ordine la tonalità polemica della confutazione, magari attardandosi a sottolineare il dilettantismo di un Bayle inetto a comprendere l'ordo spinoziano. Il fatto è, naturalmente, che tutto dipende dal senso che si è disposti a dare all'esperienza bayliana nel suo insieme. A questo riguardo, non si può negare che nei suoi scritti convivano, in equilibrio instabile, le massime più ortodosse e le uscite filosofiche più audaci; a seguir Bayle alla lettera, si rischia veramente di doversi fermare ad ogni passo, di fronte ad oscillazioni fortissime che, per quanto in genere spiegabili con la differenza delle angolazioni critiche, sono parse indicare a qualche interprete un'assenza di mentalità filosofica. Si ricorderà anche che, all'occorrenza, non risultò affatto complicato mettere assieme, a fini apologetici, una raccolta di brani di Bayle, où lui-même il refute... tout ce qu'il a écrit contre les moeurs et la religion (è il sottotitolo della Nouvelle analyse de Bayle, dell'Abbé Dubois de Launay, Paris 1782).

Sembra, allora, che non restino che due strade aperte a chi voglia interpretare dei testi così ambigui: ci si potrà limitare a constatarla, tale ambiguità, riducendo il Dizionario ad un semplice 'arsenale di citazioni' (come suol dirsi), un museo di argomentazioni filosofiche eterogenee, vagamente scettiche e pronte per ogni utilizzazione; in questo caso, tutto si troverà in Bayle, secondo il noto detto ripreso da Saint-Beuve[27], ed ogni posizione potrà essere la sua: cartesiano contro i sociniani, scolastico contro i cartesiani, ortodosso contro Spinoza, manicheo contro i cristiani, e ci sarà spazio anche per un Bayle apologeta della religione... Niente di più, insomma, di un mero tramite erudito tra Sei e Settecento. Oppure, si tratterà di ricercare l'unità del suo pensiero nella polemica antimetafisica e quindi direttamente antiteologica, nel quadro di un ideale filosofico di tipo libertino che forzatamente si esprime attraverso la retorica dell'ambiguità - ma sarà allora un'ambiguità assolutamente chiara agli occhi dell'interprete - e i cui strumenti sono l'insinuazione, la teoria della doppia verità, il fuoco incrociato delle obiezioni e delle ritorsioni; il tutto, ancora indipendentemente da questioni (o pseudo-problemi) come quello della sincerità di quel fideismo, estremistico e senza concessione alcuna, che della vicenda bayliana è, com'è ben noto, lo sbocco ultimo.

Non diversamente per lo Spinoza: o ci si limita ad astrarne qualche argomentazione (se non addirittura a stralciarlo dal corpo del Dizionario, come si pensò subito di fare)[28], oppure si vede di intenderlo nel contesto polemico in cui trovò la sua origine. Nel XVIII secolo si hanno, tra l'altro, esempi storici di entrambe le letture: la prima è stata fatta propria, e fino in fondo, da un Crousaz, la cui attitudine verso Bayle, come si sa, era tutt'altro che benevola. E cosa si trova, nell'Examen du phyrronisme, a proposito dell'articolo Spinoza? Che esso non può esser stato scritto che ben prima degli altri, in un'epoca in cui Bayle era ancora legato all'ortodossia; il Dizionario, a sentir Crousaz, consisterebbe in una raccolta di materiale eterogeneo, testimoniando così dell'esistenza di diverse fasi nello sviluppo del pensiero bayliano. Non è un caso, allora, che egli riporti, e per intero, proprio il testo della Remarque O[29], plaudendo ad essa: ecco quello che bisogna rispondere agli scettici, proclama soddisfatto; bisogna appellarsi al buon senso, come fa qui Bayle, e dire che c'è una bella differenza tra non capire una cosa ed esser sicuri che quella cosa è impossibile. Ma allora: «...substituons le manichéisme au spinozisme, et servons-nous des expressions de M.Bayle pour établir qu'il est bien et solidement réfuté par la raison même...»! Il ché significa, per l'appunto, mettere Bayle contro Bayle, e ha perfettamente ragione Crousaz, dal suo punto di vista, perché così crollerebbe, e d'un sol colpo, tutta l'anti-teologia bayliana[30]. Impossibile, comunque, tenere assieme questo articolo con le empietà del Dizionario, questo articolo così «propre à former au goût de l'évidence»... Ed è qui, in fondo, in questa incapacità di presentare un quadro coerente ed unitario dell'opera di Bayle, che risiede la disfatta del 'metodo' di Crousaz, come l'ha ricostruita in modo convincente P.Rétat[31].

La seconda strada, invece, quella di considerarlo insieme agli altri, l'articolo Spinoza - e di non credere quindi alle dichiarazioni tranquillizzanti dell'autore - l'aveva presa Poiret, forse l'unico tra i primissimi confutatori dello spinozismo a vivere abbastanza ed a restare attivo (dell'ultimo Aubert de Versé ben poco si sa) per leggere il Dizionario e notarne, o in parte presagirne, gli effetti dirompenti: si, Bayle sconfigge Spinoza, scrive nella Dissertatio nova del 1715, ma non era difficile, avvalendosi del materiale saccheggiato dagli altri confutatori. Poiret, in pratica, giunge quasi all'accusa di plagio (ma ingiustamente: nessuno degli avversari di Spinoza avrebbe potuto rivendicare un vero 'diritto d'autore' sulle proprie argomentazioni), adontandosi, nel contempo, per il giudizio dell'autore del Dizionario sulla confutazione contenuta nelle sue Cogitationes del 1685.[32] Inoltre, ed è questo il punto decisivo, naturalmente, se Bayle sconfigge Spinoza, in realtà combatte «pro manicheismo», cioè per l'ateismo. Perché? Perché, argomenta Poiret con piglio scolastico, lo spinozismo non è che una specie all'interno del genere 'ateismo': lo spinozismo, infatti, ha in comune con ogni filosofia atea la negazione dell'esistenza di un Dio buono, giusto, potente, creatore e conservatore provvidente del mondo; ma, in più, contiene, come sua differenza specifica, l'assurda ed inverosimile tesi dell'unità della sostanza. Orbene, Bayle si è limitato ad attaccare quest'ultima dottrina, senza toccare i bastioni dell'ateismo, anzi rinforzandoli e aggravando le difficoltà della teologia. E si potrebbe rilevare, in margine, che un tale procedimento non era del tutto larvato, nell'autore del Dizionario; questi aveva infatti candidamente ammesso, replicando a Bernard (il quale, dalle «Nouvelles» del giugno 1702, gli faceva notare come il modo migliore per confutare gli spinozisti fosse quello di mostrar loro l'esistenza e la libertà di Dio), che il suo proposito era stato solo quello di rovinare l'edificio spinoziano dalle basi: «...je me suis fixé à étaler les contradictions qui résultent de l'hypothèse qu'il n'y a qu'une substance dans l'univers»; quanto alle altre maniere, qualificate, qui, come «très avantageuses», di far tacere Spinoza, se n'era già servito, «heureusement et avec une grande force», Jaquelot nelle sue Dissertations...[33]

Tornando a Poiret, egli non ha che rifarsi, non diversamente da Crousaz, alla Remarque O. Ma per trarne conclusioni opposte, notando quanto Bayle, invece di dissolvere i punti critici (cosa che lui, Poiret, afferma invece d'aver fatto), li metta in evidenza ancor più, per poi appellarsi «ad rationis imbecillitatem» e ricorrere alla fede. Come l'altro confutatore Bredenburg (che infatti vien citato da Bayle, pro domo sua, nella Rem.M), ma anche tanto diversamente: quegli, disperando di poter abbattere razionalmente Spinoza, «in sinu gemebat»; Bayle, con animo ilare, esclama «laetabundus» che la ragione è impotente contro coloro che sostengono la causa dell'ateismo; quegli, umilmente, implorava un aiuto per risolvere i suoi dilemmi; Bayle a nulla più tiene che ai suoi raziocinii «adversus Deum optimum maximum», continuando a colpire, coi suoi libri, anche dopo la morte.[34]

Dove si ha, aldilà delle invettive e del tono costantemente (ed inevitabilmente) sopra le righe, una lettura lucida del saggio bayliano: in questione, infatti, non è tanto la confutazione di Spinoza, così ovvia e all'apparenza (ma solo all'apparenza) ortodossa[35], quanto il suo significato nel quadro dell'opera di Bayle. E sull'obiettivo ultimo dell'operazione, Poiret non aveva proprio dubbi: un «certamen» simulato - Cantelli ai giorni nostri parlerà di «mistificazione» - quello messo in scena nel Dizionario con grande profusione di mezzi dialettici: non Spinoza, bensì la teologia, era per Bayle il primo avversario da battere[36].

Al ché, si potrebbe aggiungere che ciò non dovrà indurci a minimizzare la repulsione bayliana per lo spinozismo, o addirittura a ritenere la confutazione, in quanto tale, un mero infingimento ipocrita; non si comprenderebbe più, in questo caso, la costanza dell'impegno di Bayle, la sua accanita lotta contro quel mostro teorico che la vulgata delle interpretazioni spinoziane gli aveva messo dinnanzi agli occhi. Si tratta, invece, di cogliere la peculiarità e la specificità di un'opera come il Dizionario, e ciò che di unico vi è nella figura del suo autore: se il sistema dell'Etica, volgarizzato e deformato fino ad assumere i tratti di un qualsiasi panteismo o panpsichismo, sembrava veramente esser lì alla mercé di qualsiasi confutatore, ben altra acutezza - e ben altre intenzioni da quelle degli apologeti dell'ortodossia - occorrevano per considerare l'abbattimento dello spinozismo all'interno di una lotta complessiva contro ogni sistemazione teologica; ma proprio tale senso ebbe, in fondo, l'interpretazione di Bayle.