Westjudentum Ostjudentum - Incroci fra ebraismo e cultura tedesca

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6 Chassidismo

 

 

 

6 Chassidismo

AGNON Shemuel Yosef, Le storie del Baal Shem Tov, traduzione italiana di Tullio Melauri, prefazione di Scialom Bahbout, Giuntina, Firenze 1994, 321 pagine.

Agnon aveva iniziato nel 1917 a raccogliere testi chassidici e aveva intrecciato una fitta corrispondenza con Buber, ricca di riflessioni sul mondo dell’ebraismo orientale e di progetti per una prossima pubblicazione comune : un testo in quattro volumi che sarebbe duvuto uscire per i caratteri della casa editrice Devir e Morià “contenente i migliori racconti dei chassidim e i loro principali insegnamenti” era scritto nel contratto.

Il lavoro alle testimonianze della tradizione coinvolgeva il futuro premio Nobel per la letteratura, ma non cessava di inquietarlo; gli sembrava di venire distratto dai suoi impegni di romanziere, ma soprattutto scontava, in questa ricerca destinata a durare oltre cinquanta anni, un rapporto biografico difficile e contraddittorio con il mondo orientale: grande la nostalgia per quella realtà infantile (parte della sua famiglia era chassidica) che compare rielaborata nei suoi racconti, ma grande anche la distanza da questa esperienza di sicurezza e semplicità per un uomo moderno pieno di dubbi sull’esistenza. D’altra parte Agnon crede ancora che la produzione letteraria abbia un ruolo centrale nel processo di redenzione, il tikkun, e vede nella della narrazione chassidica, lì dove un universo teologico “si esprime in storie meravigliose”, una testimonianza del valore salvifico del raccontare anche per un mondo che non ha più un rapporto immediato e diretto Dio.

Nel 1932 il sodalizio con Buber si interrompe e il filosofo continuerà da solo la sua raccolta, pur ammettendo il debito di gratitudine con Agnon che, a sua volta, pubblica negli anni Sessanta una parte del materiale raccolto in tanti anni, I libri degli tzaddiquin - centouno racconti sui libri dei discepoli del Baal Shem Tov. Bisogna attendere però il 1987 per l’uscita postuma di tutta l’opera, che raccoglie parte delle storie fiorite sul Baal Shem Tov riproposte con grande spirito filologico, con grande attenzione alla lettera, ma anche a quello spirito del chassidismo che riteneva fosse andato perso nell’opera di Buber: “ Buber - scrive - è il padre di tutti gli scrittori di racconti brevi, che oggi, che il chassidismo è di moda, riempirono le biblioteche. Essi però non mi riempiono il cuore”.

Originale è invece l’organizzazione del materiale, diversa da tutti le raccolte della tradizione perché tematica - e quindi con una dimestichezza con la costruzione del narrato del tutto assente nel metodo associativo delle raccolte più antiche -, ma anche perché Agnon predilige il punto di vista del più semplice dei chassidim: inizia dalla biografia del maestro e dalla esposizione della sua dottrina, ma poi accorpa gli aneddoti su di lui in due grandi filoni, che vanno al cuore stesso del movimento, la vita attorno al rebbe e i prodigi da lui compiuti, per concludere con i “racconti meravigliosi”, che contengono esempi di preveggenza e di saggezza anche al di fuori dei confini del suo piccolo regno. (R.A.)


BAUER, Julien, Breve storia del Chassidismo, traduzione di Vanna Lucattini Vogelmann, Giuntina, Firenze 1997, 140 pp.

Si tratta di un testo agile e di facile lettura, ma attendibile e ricco di informazioni che ripercorre l’evoluzione e i caratteri del chassidismo nell’Europa orientale, dalle prime, ancora informi manifestazioni di rinnovamento dei "falsi messia" Sabbatai Zevi e Jakob Frank, attraverso la figura e l’insegnamento del Baal Shem Tov, fino allo sviluppo del chassidismo contemporaneo, in Europa prima e, quindi, in Israele e in America.

Bauer sceglie per la sua ricostruzione, pubblicata a Parigi nel 1994, una doppia prospettiva, quella della storia sociale e quella teologica , attento ai motivi "strutturali" che hanno determinato l’allontanamento dalla tradizione di migliaia di ebrei tra i più poveri ed emarginati d’Europa, ma anche sensibile alle prospettive di un rinnovamento religioso che punta ad un rapporto diretto tra il fedele e l’Altissimo.

La comparsa di asceti, mistici e zeloti viene così messa in rapporto alle condizioni di vita di uomini confinati in una società "in cui regnava l’insicurezza e in cui la maggioranza degli ebrei viveva un’esistenza miserabile", mentre la nascita di un movimento di massa con una propria ideologia, strutture e stile di vita autonomi viene considerata il frutto di una diffusa esigenza di misticismo. "Non sono i sapienti – spiega Bauer – che secondo i chassidim possiedono la vera devozione, ma coloro che portano Dio nel loro cuore, che lo vedono ovunque, in ogni manifestazione della natura".

L’importanza data alla Kabalàh, l’idea che ogni atto della vita contenga un profondo valore religioso, la ricerca della comunione con Dio, l’intensa vita comunitaria e il culto del rebbe contribuiscono a creare "un nuovo tipo di ebreo" che rielabora l’insegnamento cinquecentesco di Luria per costruire la sua "chiesa del cuore" in conflitto più o meno aperto con la tradizione rabbinica.

Nel suo libro Bauer sottolinea che "sarebbe sbagliato parlare di chassidim in generale", e rileva il carattere polifonico del fenomeno chassidico: se si analizza analizzato l’insegnamento di questo o quel rebbe, il carattere questo o quel gruppo si delinea una realtà variegata, nella quale ogni "dinastia" ha caratteristiche specifiche, ogni tempo, dal Settecento ad oggi, e ogni paese i suoi movimenti, spesso in aperto conflitto tra loro.


 

DEBENEDETTI, Elisa, I Miti di Chagall, Longanesi, 1962, pp. 174

Sono rari i libri sull’arte ebraica, a parte quella decorativa, per lo più liturgica. Soltanto nel Novecento si hanno i primi esempi di un racconto ebraico per immagini, e non a caso provengono dalla cultura chassidica. Marc Chagall ha narrato lo shtetl, come Perez o Singer, ha trasposto sulla tela tracce di eccitazione mistica, negli stessi anni in cui Martin Buber diffondeva in Occidente la spiritualità popolare degli ebrei orientali. Così la monografia di Elisa Debenedetti doveva misurarsi con lo Zohar e con i libri di Scholem sulla Kabbalah e sul sabbatianesimo (a quei tempi quasi sconosciuti in Italia) per interpretare la pittura dell’ebreo di Vitebsk.

Nel secolo appena concluso sembrava quasi che il trimillenario divieto biblico di rappresentare la figura umana venisse a cadere (mentre nella cultura europea la figura umana andava in frantumi sotto il fuoco delle avanguardie) e Chagall poteva recarsi dal rabbino del villaggio per ottenere una benedizione per la sua arte. Nonostante le incomprensioni di vicini e parenti (uno zio devoto temeva addirittura di stringergli la mano peccatrice che osava dipingere) il contrasto con la religione aniconica non era più così grande. Ma l’artista non voleva limitarsi a "iniziare i goims al pittoresco dell’esistenza ebraica" – nota l’autrice - , Chagall dipingeva immagini ebraiche elaborate da secoli di mistica collettiva e fino ad allora fissate solo nelle parole. Ecco perché risultava religioso anche "nei soggetti profani, eretici ed ebraicamente parlando blasfemi".

Ma il paradosso cabbalistico di dire l’ineffabile attraverso immagini mentali qui si raddoppia perché le immagini sono antropomorfiche e, nonostante ciò, tendono a comunicare l’ entusiasmo visionario del chassidismo che si sottraeva alla mediazione dei libri; la pittura di Chagall si pone quindi come immagine ma anche come visione del mondo di cui bisogna scoprire rimandi più nascosti al mondo invisibile, dove si rovescia quello della quotidianità. Questo libro, in molte pagine, tenta una decifrazione dei simboli ebraici e in particolar modo chassidici occultati nei quadri di Chagall. Dalle lune calanti che alludono a una sciagura cosmica (la perdita della sostanza divina nel mondo) ai grappoli di stelle che si fanno opache man mano che si avvicinano alla terra (come le cabbalistiche "particelle cadute"), dal violinista che è uno dei classici travestimenti del diavolo agli spettri che si insinuano nella realtà fenomenica trasfigurandola. "I cabbalisti – conclude l’autrice – credevano o speravano di vedere quel mondo; Chagall non vi crede più, però lo vede effettivamente".


  GILBERT, Martin, Atlante di storia ebraica, trad. di Vanna Lucattini Vogelmann, Giuntina, Firenze 1993, pp.130

Martin Gilbert, storico di Oxford, ha avuto l’idea di trasporre sulle carte geografiche le millenarie migrazioni del popolo ebraico. Si comincia, come è d’obbligo, dai viaggi biblici verso la Terra promessa, ma, almeno fino alla diaspora, è un materiale che si può trovare in qualsiasi atlante di storia antica, anche se le tavole di Gilbert sono arricchite da citazioni e dati che le vivacizzano.

E’ con la ricostruzione delle migrazioni ebraiche in India che entriamo in un atlante veramente originale. Più avanti, vi si possono rintracciare le presenze ebraiche in Cina, ricostruire la serie dei contatti con l’islam, perfino localizzare tutte le sedi europee delle dispute religiose tra ebrei e cristiani nel corso dei secoli. Si descrivono i viaggi leggendari dell’"Ebreo errante" e quelli storici di Beniamino di Tudela, i luoghi segreti dei Marrani e l’albero genealogico della famiglia Rotschild. Anche la storia materiale ha i suoi capitoli e le sue carte: dal dislocamento delle tipografie ebraiche alla geografia dei mercanti ebrei, con tanto di elenchi delle merci scambiate.

Per chi studia il confronto Westjudentum-Ostjudentum, l’atlante offre preziose mappe. Basterebbe elencare i titoli delle tavole: numerose carte dell’Europa orientale permettono finalmente di orientarsi tra quelle instabili frontiere, ritrovando gli spazi leggendari nei quali operavano i santi rabbini chassidici, gli oscuri paesi citati nei racconti di Perez e di Singer, i luoghi dimenticati da dove provenivano molti protagonisti della cultura novecentesca. Ma non ci si limita alla geografia dello shtetl. Si possono seguire i percorsi accidentati delle espulsioni e conseguenti migrazioni da Ovest a Est, si riassumono in una pagina gli annunci messianici che hanno scandito l’esilio (topografia dettagliata delle speranze e delle disillusioni), si alternano geografie della persecuzione (dalle ondate dei cosacchi ai pogrom ottocenteschi) e prospetti delle stagioni felici (gli ebrei di corte, la costellazione dei grandi pensatori, i ministri e i commissari del popolo ebrei nell’ultimo secolo). Non mancano le illustrazioni di episodi poco noti come l’esperimento sovietico del Birobidjan, le rivolte antinaziste, il percorso intricato del sionismo.


MANDEL, Arnold, La via del chassidismo, Longanesi, 1965, traduzione e introduzione di Yoseph Colombo, pp. 336

Per molti, soprattutto nelle culture non tedesche, il libro di Mandel rappresentò, alla metà degli anni sessanta, una rivelazione: quando le opere di Martin Buber sembravano appartenere a una lontana stagione, il fenomeno religioso del chassidismo tornava a ammaliare l’Europa occidentale attraverso un saggio che somigliava a una epopea. Arnold Mandel, romanziere cinquantenne di lingua francese, ebreo alsaziano amico di Albert Camus, presentava il chassidismo in chiave esistenzialistica. Una concessione alla moda del tempo? Assolutamente no, piuttosto una tormentata rilettura dell’ebraismo alla luce della filosofia contemporanea. Ma, senza abbandonarsi a teorizzazioni fumose, legandosi semmai a esempi concreti, procedendo per paragrafi che non oltrepassano le due pagine, scanditi da titoli di gusto giornalistico, giunge fino alle radici dell’ebraismo, delle sue contraddizioni, delle sue incertezze, delle sue ombre. Su questa strada si scopre che l’ebraismo non è una morale, che le virtù ebraiche, "applicate in un mondo non ebraico, sono soltanto una irritante dissonanza", che non esiste un pensiero ebraico, che sulla escatologia sono ammesse tutte le ipotesi, che il messia per alcuni è capo militare che cambia la storia e per altri l’inviato di Dio che trasforma i cuori, o perfino che il monoteismo non è il carattere principale dell’ebraismo, forse nell’insegnamento di Buber secondo il quale "non si può parlare di Dio, bensì parlare a Dio".

Madel vuole infatti dimostrare che l’ebraismo è vita ed esistenza piuttosto che dottrina e dogma. Nella frase della Shemà – la preghiera quotidiana – viene posto l’accento sulle parole "’Eterno è il nostro Dio", espressione di possesso, stretto legame con il divino. Questo contatto diviene il supremo interesse degli abitanti delle regioni orientali e Mandel può così dire in un titolo: "Il Chassidismo è l’ultimo stadio dell’esistenziale ebraico autentico".

La seconda parte del libro è dedicata a narrare la trama chassidica, intessuta di mille aneddoti, leggende, aforismi, battute. Mandel mescola le affermazioni dei santi rabbini con le citazioni di Kafka, le trasgressioni degli eretici con l’incantesimo di Nietzsche che aveva svuotato il mondo di Dio, l’erotismo mistico con gli insegnamenti di Eckhart, rimanendo coerentemente fuori dagli schemi dell’ebraismo ‘classico’. Del resto, i chassidim riuscivano a liberarsi da tutti i formalismi senza per questo fuggire mai da se stessi. Per tale legame creativo con la tradizione furono considerati i precursori di tutte le successive correnti di rinnovamento: "dal sionismo politico fino allo specifico movimento ebraico di rivoluzione socialista". La via del chassidismo passa – secondo Mandel – per gran parte degli incroci del Moderno.